sabato 15 gennaio 2011

Alla ricerca di...galaxy X


Un fantasma s’aggira intorno alla Via Lattea. Si chiama “Galassia X”. Sfugge ai telescopi perché è composta quasi prevalentemente di materia oscura, misteriosa componente che pervade circa il 30 per cento dell’Universo ma non intergisce con la luce. La Galassia X, quindi, come del resto tutto ciò che è fatto di materia oscura, non può essere rilevata. Eppure c’è. Lo dicono i modelli teorici. Secondo i calcoli, intorno alla Via Lattea graviterebbero circa ottanta  galassie nane, o galassie satellite, come le Nubi di Magellano. Solo una porzione di questo “hinterland”, chiamato Gruppo Locale, è visibile. La restante quota non risponde all’appello.

Ora un gruppo di ricercatori, guidati dall’astronoma Sukanya Chakrabarti dell’Università della California, Berkeley, ha annunciato di aver trovato un metodo per risolvere l’enigma cosmologico. L’indizio chiave a mettere i ricercatori sulle orme della galassia fantasma è questo: piccole increspature nella distribuzione di gas idrogeno atomico freddo (H I) ai confini della Via Lattea. Proprio come una nave che solca i mari lascia una scia dietro di sè da cui è possibile dedurre la sua direzione e la sua grandezza, così queste anomalie di gas sarebbero una spia del transito della galassia satellite.

Da un’accurata analisi dei survey delVery Large Array e dell’Australia Telescope Compact Array, i ricercatori hanno previsto che la Galassia X, una della galassie satelliti mancanti intorno alla Via Lattea, abbia una massa pari a 10 miliardi di Soli e sia grande circa un centesimo della nostra galassia. Si troverebbe dalla parte opposta della Via Lattea rispetto alla Terra.
“La mia speranza – ha detto Chakrabarti – “è che questo metodo possa servire come prova della distribuzione della massa e della materia oscura nelle galassie allo stesso modo in cui l’effetto lente gravitazionale è utilizzato per osservare le galassie distanti”. Il metodo è stato testato su galassie con satelliti visibili, come la famosa galassia a spirale Whirpool o M51 (nella foto) e ha funzionato (come gli autori spiegano in uno studio in pubblicazione su Astrophysical Journal).

Intanto, sempre nel corso del convegno di Seattle dell’American Astronomical Society, un altro gruppo di ricercatori guidato da Ryan Foley, dell’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics, ha presentato un metodo per affinare le misurazioni delle distanze cosmologiche utilizzando supernovae di tipo Ia, metodo che in ultima istanza permetterebbe di effettuare stime più precise della materia oscura. Risolvere il mistero di questa elusiva componente dell’Universo, c’è da scommetterci, sarà l’ossessione dell’astrofisica del prossimo decennio.

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